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DON MILANI E LA MALATTIA DI QUESTO MILLENNIO: LO SPERPERO DEL TEMPO!

“Don Milani? Chi era costui” direbbe un giovane di oggi. Di lui si è parlato intensamente dal 1967 al 1988 per la sua opera “Lettera ad una professoressa” pubblicata postuma con il nome di autore: “Scuola di Barbiana” evidenziando così la redazione collettiva del libro. Personaggio complesso, di cui l'anno prossimo ricorre il cinquantenario della morte, rappresenta certamente un innovatore nella valutazione della società contemporanea, quasi un precursore di quelli che saranno gli sviluppi di determinati atteggiamenti. Non si dirà di Don Milani pedagogo ma si parlerà dell'opera che lo mise definitivamente in cattiva luce, subendo addirittura una censura dall'autorità ecclesiale con ritiro del libro. E' “Esperienze pastorali”, edito nel 1958, a provocare le ire del Santo Uffizio nonostante che l'imprimatur e la prefazione erano state curate dal cardinale Elia Costa, uno dei più conservatori e ortodossi uomini di chiesa dell'epoca. Don Milani attacca infatti “la bestemmia del tempo” cioè l'uso, da parte dei parroci, dello svago per attrarre in parrocchia i ragazzi che, così, venivano educati a vivere come se fossero sempre in ricreazione. Le intuizioni di Don Lorenzo vanno oltre, intuendo che televisione e tifo calcistico stavano diventando un modo di essere globale e travolgente con sviluppi del tutto nuovi. Noi, che abbiamo vissuto l'invadenza massmediologica del “non pensiero” con il trionfo di assurdi reality show e la santificazione del gioco del calcio, rileggiamo oggi con più interesse le sue profetiche parole. Le ire della gerarchia erano legate al momento storico, in cui la contrapposizione con il comunismo era forte e l'indottrinamento dei giovani nelle case del popolo avveniva precocemente per cui i parroci allestirono dei veri spazi ludici nelle parrocchie per attirare ed educare i giovani e, in un certo senso, sottrarli all'insegnamento precoce comunista.
Anche un illustre personaggio come il cardinale Roncalli, non ancora Giovanni XXIII, lo criticò definendolo un “povero pazzerello scappato dal manicomio” dimostrando quanto fosse stata incompresa la sua opera. Sconvolgenti le pagine che dedica al calcio, gioco allora non ancora miliardario. Osservando i comportamenti del pubblico disse che sembrava ipnotizzato ed alogico. Ora che sono stati costruiti centinaia di enormi stadi e che il calcio muove centinaia di milioni di euro, ancora non si spiega perché tanta attrazione, tanto interesse. Insomma il futuro priore di Barbiana nega che lo sperpero del tempo possa avere una finalità educativa. Lo sperpero del tempo non porta da nessuna parte. La situazione è evoluta talmente che ai nostri giorni si vive come se il divertimento non finisse mai ed è anzi uno scopo di vita. Per punizione verrà mandato a Barbiana dove inizia l'esperienza della sua Scuola. Controversa figura della Chiesa Cattolica, proviene da una radice laica ed agnostica se non atea. Nato in una famiglia colta e ricca della migliore Firenze è uso frequentare gli Spadolini, i Valori, gli Olschki, i Castelnuovo Tedesco. Il padre è un chimico ma dedica molto tempo alla gestione della villa di Gigliola e al castello di Montegufoni.
La madre, ebrea boema, abitava a trieste per ragioni familiari e fu allieva di James Joice. Era cugina di Edoardo Weiss, studioso di Sigmund Freud. In questo milieu culturale particolarmente vivace trascorre la sua infanzia e adolescenza.
Le circostanze della sua conversione sono rimaste confuse ed oscure. La vulgata, da lui assecondata, parla del ritrovamento di un vecchio messale mentre affrescava la cappella della villa di Gigliola. La sua lettura fu una folgorazione sulla via di Damasco. Seguì la conversione. Era già stato battezzato per sottrarlo alle leggi razziali. Nel 1943 entra in seminario, nel 1947 viene ordinato sacerdote dal cardinale Elia Costa. Quando assurgerà a grande fama è già morto da un pezzo.
A questo si devono le forzose interpretazioni del suo metodo didattico e dell'intera sua opera. Indicato come un “cattocomunista” per molti anni è, a rileggerlo oggi, un integralista di grande rigore morale, profetico nella evoluzioneedonistica della società. Don Milani era mille miglia lontano dal sei politico, dagli esami collettivi universitari, dai piani di studio “liberi”, con cui si laurearono molti asini di sicura carriera! Niente di tutto ciò è detto o giustificato in “Lettera ad una professoressa”. L'unico articolo apparso in questi giorni su di lui lo si trova in “Avvenire”, ma è veramente molto tiepido e formale. Nel 1966 il linfogranuloma inizia la fase più aggressiva portandolo a morte il 26/6/1967. Volle stare fino alla fine con i suoi ragazzi “affinché apprendessero che cosa è la morte”; negli ultimi giorni fu trasportato a Firenze dove morì. Da questo momento entra nella leggenda!
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