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DON MILANI, LA SCUOLA DI BARBIANA E UN RICORDO PERSONALE

Quando viene scritta “Lettera ad una professoressa” è da poco stata varata la scuola media dell'obbligo ma i risultati scolastici degli scolari non variavano molto. Don Milani intuisce che è la classe docente ad essere inadeguata al nuovo modello d'istruzione. Tutti sono di formazione in epoca fascista e tendono ad una scuola selettiva con un insegnante giudice e selezionatore. E' chiaro che i “pierini” provenienti da famiglie agiate sono più preparati rispetto al figlio di gente indigente e modeste. Don Milani propone di distruggere la vecchia scuola competitiva per fondarne una nuova che, con l'ausilio dell'insegnate, debba formare gli alunni. La collaborazione tra di loro e il benevolo apporto del professore dovrebbe superare la competizione e sviluppare il reciproco sostegno culturale. La difficoltà è legata al fatto che i vecchi professori abituati ad essere “severi ma buoni”, opponevano resistenza alla novità. Ecco allora che è urgente scrivere una lettera ai professori per convincerli dei tempi cambiati e sostituire l'arcigno docente con il sorridente insegnante che ha a cuore la sorte dei suoi alunni. “I care”, infatti, è il motto di Don Milani. Sul piano strettamente didattico e pedagogico la grande novità è la collaborazione tra alunni che sostituisce totalmente la gara di bravura. L'alunno più bravo potrà spiegare al compagno meno preparato i punti a lui difficili. Tutti noi abbiamo sperimentato quanto apprendevamo facilmente un concetto, già per noi incomprensibile, se a spiegarcelo era un nostro compagno che ne sapeva di più. Quasi che il suo elaborato mentale trasmettesse una informazione con una chiave d'accesso già sperimentata. Ovviamente il priore di Barbiana parlava della scuola elementare e media. Sottolineava tra l'altro l'inutilità di bocciare un alunno che avesse conseguito dei risultati con impegno, anche se non aveva raggiunto la piena sufficienza. Apriti cielo! Con quel libercolo si volevano distruggere secoli di pedagogia differente. La reazione fu rabbiosa ma inconcludente. Ormai la società non aveva più bisogno di analfabeti ma di operai con maggiori conoscenze e certamente alfabetizzati. La vecchia professoressa non era più utile al sistema, che per la produzione aveva bisogno di elevare la conoscenza minima della massa. Tra gli argomenti più interessanti del libro è la critica ai programmi. Le lingue straniere erano insegnate con la logica del trabocchetto senza tener conto in alcun modo della praticità. L'alunno conosceva le eccezioni, ad esempio il plurale in francese di gufo, ciottolo e ventaglio, ma non sapeva chiedere un bicchiere d'acqua. Ancor di più la matematica che con i suoi problemi avulsi da ogni realtà sfiorava il sadismo. Lo spirito era sempre quello: creare difficoltà al discente anche con astruserie. Negli anni successivi molti programmi e libri verranno rivisti e calati nella realtà. Questa è forse la più grande vittoria della Scuola di Barbiana. Dove esiste qualche dubbio è sulla conduzione del programma. Perentoriamente si scrive che il predetto non deve proseguire se un solo alunno non ha capito. E' chiaro che questo precetto penalizzerebbe in breve la classe perché ci sarà sempre chi è più studioso o intelligente e chi non comprende e studia poco. Gli allievi livellati tendono a bloccarsi ed annoiarsi. Se compito della scuola è raggiungere un livello medio di preparazione, rimane altrettanto un dovere valorizzare l'intelligenza.L'evoluzione successiva dimostrerà che è questo il punto più debole della pedagogia donmilaniana. Su tutte le altre considerazioni: le classi scelte, le carriere universitarie accessibili solo ai benestanti e tanto altro, si può dire che il priore di Barbiana fu presago. La situazione, mutatis mutandis, non è molto cambiata. Molti anni or sono ero per un congresso sulla sofferenza fetale a Firenze e si decise con un gruppo di amici di raggiungere, nel tempo libero, Vicchio ed il Mugello per girovagare nella campagna toscana. A Vicchio qualcuno ricordò Don Milani e la sua scuola. Cercammo di raggiungere Barbiana. Fu difficilissimo per mancanza di segnaletica ed uniformità di paesaggio. Alla fine un cartello bucato dai proiettili indicava Barbiana. Altri chilometri e alla fine si arrivò: quattro case e una chiesetta. Un anziano sacrista in pensione ci mostrò chiesa e sagrestia. Immaginate una stanza piccola limitrofa ad una piccola chiesa rurale: quella era la Scuola di Barbiana! Un posto insignificante con annessa una vigna con un po' di giardino. Lì si tenevano le famose lezioni che da aprile a settembre erano all'aperto. Incredibile che all'epoca tanti nomi importanti si erano arrampicati fin lassù per conoscere il priore di Barbiana e il suo metodo! Potenza delle idee. Di Don Milani bisogna dire oggi, rileggendo il suo libro, che non è un prete di sinistra e non è a suo agio con l'intellighenzia progressista. Anche se ne sarà un'icona non è un cattolico contestatore come quelli degli anni postconciliari. Non era incasellabile in alcuna tendenza ecclesiale. Andava oltre, in una esperienza personale e originalissima, umana e didattica, ancora oggi in molti punti attuale. Desterà sempre meraviglia come di una piccola esperienza sia stato tanto scritto con ammirazione o disprezzo. Rimarrà per sempre Don Milani un esempio di come si possa parlare oltre i limiti confessionali, quando le idee sono valide e proficue!
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