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IL REFERENDUM CHE SPACCA IL PAESE

Tutto dipende dalla prospettiva da cui una cosa la si guarda e la si valuta. Certo è che se si fosse partiti da un' azione di fiducia nei confronti della nostra classe politica sarebbe stato meno complicato per gli italiani capire la cosa giusta da fare. Invece la questione delle trivelle ad oggi è diventato un vero cruccio che spacca l' Italia in due tra sostenitori ed oppositori, seppure entrambe le fazioni sembrano avere idee confuse a riguardo.
La perplessità sulla vicenda è dovuta certamente alla complessità dell' argomento, ma anche alla mediocre informazione dai contenuti, appositamente vaghi, con cui si continua ad affrontare il problema a partire da Palazzo Chigi. E per quanto i mezzi di comunicazione facciano degli sforzi enormi per dare quante più informazione possibili a riguardo, ci sono degli aspetti sulla questione delle trivelle che restano ostinatamente nell' ombra. D' altro canto il governo non sta facendo grandi sforzi per coinvolgere la popolazione sulla vicenda e condurla in una scelta ponderata e che sia vantaggiosa per tutti. Anzi tutt' altro.
Approfittando della confusione e della complessità della vicenda ha adottato la linea blanda dell' astensionismo esortando gli italiani a non presentarsi al referendum del 17 aprile. Ciò che desta maggiore scetticismo sono gli interessi dei privati nella cosa pubblica fortemente intrecciata alla corruzione e palesemente velata dalla questione ambientale.
In questa logica di corruzione ed infiltrazione risulta difficile pensare ad uno sviluppo economico, a maggior ragione se questo lo si deve ottenere a discapito dell' ambiente per recare benefici effimeri ad una cerchia ristretta di persone. E pensare che un tempo il nostro Paese era conosciuto come il giardino d' Europa.
I poteri forti, le lobby che dettano leggi a palazzo Chigi cosi come all' Unione Europea, ignorando e negando quanto succede nel nostro Paese a livello ambientale, dovrebbero preoccuparsi di difendere questo "giardino verde" invece di lasciarne appassire ogni fiore puntando al sabotaggio del referendum antitrivelle.
Ma dov è finita la democrazia su cui si fonda la nostra Repubblica? Perché se un modello di sviluppo deve essere controproducente per la nostra società, non ha più motivo di essere.
Ma cerchiamo di spiegare in che cosa consiste effettivamente il referendum popolare abrogativo sulle trivellazioni in mare.
Il referendum del 17 aprile chiede di abrogare una norma che è nell’ultima legge di stabilità. In sostanza si chiede agli italiani se si vuole eliminare la norma che permette alle società petrolifere di cercare e di estrarre gas e petrolio, entro le 12 miglia marine dalla costa, circa 20 chilometri, senza limiti di tempo alla durata delle concessioni. 
Il Paese si spacca in due: da un lato c è chi dice che si inquinerà di più e dall' altro chi sostiene che chiudere sarà un danno a causa della perdita di posti di lavoro e della dipendenza energetica del paese. Voterà per il sì, quindi, chi vuole che la norma sia cancellata e che le concessioni non durino a vita. Chi, al contrario vuole che la norma resti dovrà votare no.
In caso di vittoria del sì le piattaforme a meno di 12 miglia dalla costa verranno smantellate al termine della concessione. Nessuna variazione per le perforazioni su terra e in mare oltre le 12 miglia.
Come sempre accade per i referendum, affinché sia assicurata la sua validità occorre che si raggiunga il quorum, cioè che vada a votare più del 50% degli elettori.
Ricordiamo che le regioni che hanno chiesto di abrogare la norma sono nove: Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto.
Il timore è che le trivellazioni aumentino e abbiano conseguenze negative per l' ambiente. Insomma una decisione non facile quella che spetta agli italiani il 17 aprile.
Ma vediamo quali sono i pro e i contro delle trivelle. Alle ragioni del sì fanno appello soprattutto gli ambientalisti.
I sostenitori del si vogliono che il nostro Paese venga tutelato dal punto di vista ambientale. Se e vero che le trivelle non provocano terremoti e maremoti è pur vero che hanno un impatto negativo in termini di inquinamento per l intero pianeta. E al rischio di una incente perdita di posti di lavoro in seguito allo smantellamento delle piattoforme petrolifere c'è chi propone la strada delle energie rinnovabili che creerebbero maggiore occupazione, rigenerando il nostro sistema produttivo, senza per forza inquinare il Pianeta.
Gli italiani, schierati in favore del Sì sostengono che il mare non è un giacimento e che le trivellazioni in mare sono nocive per la salute dell’uomo e della fauna ittica.
La pensano diversamente i lobby di potere come quella dell'industria del petrolio. A schierarsi per il no, infatti, sono per di più i nostri rappresentanti politici che contrastano paure ed allarmismi infondati.
Le principali ragioni del "no" sono legate alla perdita di posti di lavoro che comporterebbe la chiusura degli impianti e all' inevitabile aumento della spesa per acquistare all’estero quanto non si estrarrebbe più in Italia.
La questione è complessa e troppo ampia e per racchiuderla in poche righe e qualche supposizione. Ma è pur vero che spetta a noi elettori prendere una posizione a riguardo.
Se solo potessimo fidarci della nostra classe politica, se solo dentro di noi non continuasse ad albergare il dubbio che chi ci rappresenta al governo mira a salvaguardare i propri interessi piuttosto che quelli del nostro Paese, se solo avessimo una lobby politica in grado di fare una sana politica e di smantellare ogni tentativo di corruzione e di infiltrazione, sarebbe molto più semplice fare la cosa giusta ed assicurare a noi stessi ed al nostro Paese un benessere più duraturo ed una maggiore prosperità.
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